I l nome
è Koo-tuck-tuck

Anche stavolta, questa istantanea non è una metafora, ma una vera fotografia, scattata da Geraldine Moodie a Cape Fullerton, nella Baia di Hudson, nel 1905.
È una giovane donna eschimese, anzi Inuit, come si deve dire oggi se si vuol essere politicamente corretti, perché così – Inuit, ossia persona, popolo – si chiamano essi stessi, sentendosi un po' offesi dal termine «eschimese», dato loro dagli indiani Algonchini e ripreso dai primi viaggiatori europei, che vuol dire «mangiatori di carne cruda».
Koo-tuck-tuck è fotografata su uno sfondo scuro, indossa calzoni e giacca di pelliccia adorni di vivaci disegni geometrici; l' immagine in bianco e nero lascia solo supporre i colori, probabilmente quelli dei fiori nella breve estate della tundra.
Sotto gli abiti spessi, soffici, carnosi s' indovina un corpo armonioso e quasi slanciato, insolito fra la sua gente, un' ariosa gentilezza femminile di betulla.
Ma è il volto ad essere indimenticabile.
Un ovale perfetto, chiaro sotto i capelli neri lunghi e lisci; uno sguardo di un' indicibile e fiera malinconia, radicalmente scevro di quella sottomissione complice e insieme ostile così frequente tra i falsi e anche tra i veri poveri e tra i gruppi sociali o etnici emarginati.
Gli altri Inuit fotografati da Geraldine Moodie si mettono simpaticamente in posa; sanno che le loro fiocine e i loro kayak fanno colpo nel grande mondo che conoscono poco ma di cui hanno istintivamente capito il gioco, si divertono e cercano di guadagnare qualcosa recitando la parte degli Inuit.
She-nuck-shoo, baffuto come i trichechi di cui è grande cacciatore e dall' aria arguta e intelligente, si comporta come ognuno di noi, recita la parte di se stesso – un gioco salutare che protegge dal guardare a fondo nel buio insostenibile della vita, della propria e di quella di tutti.
Se fossimo veramente e direttamente noi stessi, senza scafandri e senza copioni da interpretare, saremmo probabilmente perduti, esuli da chissà dove che chiedono asilo politico in un manicomio.
Gli occhi neri di Koo-tuck-tuck, sopra il naso perfetto e la bocca dolce e severa, guardano diritti in quel buio, in un vuoto su cui lei si affaccia senza ringhiere. In quello sguardo c' è solo la vita, nuda, ferita e inesplicabile. Koo-tuck-tuck, dice la didascalia, è sordomuta.
È facile immaginare cosa potesse significare, specie allora, tale menomazione, soprattutto la sordità, in quel mondo in cui il più lieve sussurro può essere un messaggio inappellabile, lo scricchiolio che annuncia lo spaccarsi di un ghiaccio e l' aprirsi di una voragine, la presenza di una bestia da cui fuggire o da non lasciar fuggire per sopravvivere.
Gli Inuit del Canada – che ora hanno una regione autonoma, Nonavut, e un autogoverno – parlano il Nutkikut; se nella Groenlandia esisteva una tradizione culturale più articolata e aperta alla scrittura, nelle terre in cui vive Koo-tuck-tuck è arrivato da poco il reverendo Edmund Peck, a insegnare alla sua gente, a trascrivere la loro lingua ossia a leggere e a scrivere, ed è difficile che lei possa essere stata in grado di comunicare attraverso la scrittura né è probabile che gli Inuit conoscessero il linguaggio gestuale dei sordomuti.
Esclusa dalla cultura orale che costituisce l' anima della sua gente, Koo-tuck-tuck, forse, può solo guardare. Uno sguardo assoluto nel vuoto dei ghiacci, del silenzio che la avvolge – c' è una baia che si chiama, nella lingua degli Inuit, «il luogo dove il cuore fa silenzio» – e nell' indicibile della sua esistenza.
Come vive, come desidera, come ama Koo-tuck-tuck, sola con quel suo sguardo, forse abbandonata alla sua incomunicabilità?
Sotto l' assordante fragore della Storia c' è il silenzio degli ultimi e dei dimenticati, cui non è mai stata data parola, ma che forse proprio per questo sono gli uomini più fatti a somiglianza di Dio, cui il Cantico di Mosé chiede: «Chi è come te fra i muti?».
E forse Koo-tuck-tuck è una di quelle pietre rifiutate dai costruttori delle quali, dice ancora la Scrittura, il Signore ha fatto la pietra angolare della sua casa.
La sua inattingibile e chiusa bellezza dice una solitudine più grande di quella artica; forse una solitudine simile all' amore, se è vero che, come scriveva Charles Louis Philippe, «l' amore è tutto ciò che non si ha».
dal Corriere della Sera by Magris Claudio