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i nostri figli senza maestri

I RAGAZZI E I SILENZI DEGLI ADULTI
di Isabella Bossi Fedrigotti

Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere quando ancora, almeno in teoria, devono rispettare l’orario di rientro dettato dai genitori, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende a tacere. E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti o poco più transitano veloci, giorno dopo giorno, negli spazi delle cronache nere senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa sta succedendo nella nostra società. Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, si coglie per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa—compreso il carcere — fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge. E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente a diversi luoghi e occasioni: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.

Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e dan fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero; e noi ce la sbrighiamo parlando di «fenomeno delle baby gang», come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti. Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene. Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai. Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.

Se, infatti, padri e madri—come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima che però priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno. Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani. Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. È un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo di Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.

 Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani. Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto. Speranze —condivise — che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme. Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.

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fuori dal LETTONE

"Non dormo più nel letto matrimoniale,
al mio posto c’è mio figlio"

Risposta di Claudio Rizé psicoanalista
Stare nel proprio letto e non in quello dei propri famigliari è una delle prove più importanti e formative che l’infanzia propone a tutti i componenti della famiglia.
Proprio per questo molti bambini cercano di aggirarla e i genitori agevolano,più o meno ambiguamente,i loro tentativi.
Il letto in cui si dorme e si vive l’intimità del proprio corpo in una situazione così profonda come quella del sonno,è per ognuno di noi il luogo più personale della casa.
E’ il primo spazio che accoglie il nostro corpo,dopo il corpo della madre:è da subito una sorta di estensione del corpo.
Nella relazione stabile con il letto,il corpo del bambino scopre i propri confini,conoscenza fondamentale,perchè si strutturi un’identità personale.
Ricordiamo che tutte le patologie alimentari hanno a che fare con la difficoltà di vivere positivamente i limiti del proprio corpo,di accettarli e definirli.
La lotta del bambino con il proprio letto è dunque,in modo profondo,il rifiuto di un proprio specifico posto nel mondo.
La stessa funzione viene svolta da tutti i letti presenti in famiglia,che rappresentano una sorta di dichiarazione affettiva e simbolica della funzione svolta da chi li occupa nel teatro familiare.
Il lettone matrimoniale rappresenta il luogo del corpo dei genitori,nella loro intimità ed affettività.
Un luogo personale e misterioso che muove l’interesse dei figli verso la dinamica affettiva rappresentata dalla coppia.
L’invasione del lettone istituisce,se sistematica,una situazione affettivamente e simbolicamente caotica,in cui non ci sono più spazi psicologici e fisici definiti.
La fantasia è quella di poter andare dappertutto,la realtà è che un proprio spazio personale non c’è:il corpo tende a non accettare confini,quindi l’io si organizza con qualche difficoltà.
Poi ci sono le collusioni dei genitori.
Perchè abbandonano il loro posto nel letto coniugale?
Come mai scambiano il proprio partner con il figlio?
Le risposte più facili non sono le più vere.

qui il blog di claudio risé

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